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Scherzi della natura

Son già due primavere che mi fa prendere un colpo. Non si fa così, però!

Il castagno che piantò mio nonno, nei lontani anni settanta, ha una sua personalità. Finito in un parco pubblico, al di là di una strada, per una serie di sconvolgimenti da boom edilizio, mi fa compagnia fin dai miei primi anni di vita. Da un paio di anni si prende il gusto di cacciare le foglie per ultimo, tra tutti gli alberi del parco. Ritarda anche rispetto ai castagni dei boschi. Sono due primavere che penso mi abbia piantata qua da sola, a smazzarmi i ricordi di famiglia e il magone per chi e cosa c’è stato e non può tornare.

Tutte le volte i giardini qua attorno sparano fuori le gemme, in technicolor come se fosse la prima volta al mondo, e lui niente. Rimane là, sotto la pioggia e sotto il sole, come le donne di Zucchero: con la sua bella struttura armonica immalinconita da due tre foglie autunnali che di staccarsi nemmeno a fucilate. Lì a ricordarti che esci anche tu malconcia dall’inverno, verdolin rosa pallido nella carnagione e già in debito di sonno.

Pensare che ha resistito alle peggio catastrofi; dalla privazione della cima, dovuta alla gru del cantiere del vicino asilo nido, alle radici a bagno, a causa dell’affiorare della falda. I prati umidi li chiamano “umidi” mica per niente… Ha fornito indefesso castagne per le castagnate di un’intera via e più, ha lasciato arrampicarsi tutti i ragazzini del quartiere. Sarà per quello, che se la prende comoda. Il suo l’ha fatto, e allora con calma a buttar fuori le foglie.

Che importa se io, che sono praticamente sua sorella, mi spavento? Che importa se passo settimane a ruminare deprimenti pensieri sulla fine delle ere, sul tempo che passa e compagnia brutta?

 

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