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Archivio Aprile 2011

Il solfeggio, ovvero dell’arte del farsene una ragione

23 Aprile 2011 4 commenti

La penosa pantomina si è svolta un paio di settimane fa, in pieno “festival della roncola”. E’ stato un momento divertente in cui mi sono trovata a dover trasformare una buona quantità di potature drastiche in legna per il camino o per il barbecue, tramite appunto il vetusto ma affilato attrezzo (eredità avita) e una cesoia. Sono state giornate piene in cui, complice un momentaneo disamore per certi esercizi ripetitivi, ho trascurato lo studio della musica.

Il fatto è, poi, che gli esercizi di solfeggio hanno cominciato a contemplare anche certi passaggi non troppo chiari (per me, inutile mezza tacca) con i trentaduesimi. Mi sono trovata a un punto morto: l’ostacolo andava affrontato con decisione ed esercizio, io temporeggiavo anche a causa dell’aumento del lavoro in giardino.

Così, tornando a un lunedì di un paio di settimane fa, mi trovo ad avere un’educata tiratina di orecchi da parte del Maestro E.: “Il solfeggio è importante.”, argomenta calmo il sant’uomo (martire, da che ha cominciato a darmi lezione), “Devi fartene una ragione.”. Il mio super-io, quell’ingombrante dirompente di anime, che secondo me è pure maschio, anziano e del tutto privo di senso dell’umorismo, ha cominciato immediatamente il suo lavoro sfoderando l’efficacissima arma del senso di colpa (mi sembra di sentirlo: “Rimorsi rotanti!!!!!!! Swissh, swissh!!!!!).

Il culmine dell’imbarazzo è stato raggiunto alla fine della stessa lezione, mentre cercavo di eseguire il Preludio n°1 del “Clavicembalo ben temperato” di Bach; dopo le prime due battute è entrato ad ascoltare il Maestro T., direttore dell’intera Accademia di musica: un uomo che mi incute un rispettoso terrore sin dalla tenera età di 13 anni, quando lo avevo come professore di musica alle medie.

Risultato: immediato irrigidimento delle mani, esecuzione peggiore del normale, ramanzina del Maestro, con conseguente assegnazione di altri esercizi tecnici, oltre a quelli assegnati dal mio solito insegnante, una settimana di inquietudine passata a pensare al lunedì dopo, quando il Prof. mi avrebbe interrogato (ascoltato, sigh), regressione alla fase adolescenziale e soprattutto studio, studio serissimo, concentratissimo, intensissimo, senza stratagemmi per accorciare i tempi.

Uscendo dal racconto tragicomico, una riflessione sul farsene una ragione. E’ una cosa che non piace, lo vedo ogni giorno, soprattuto tra i coetanei del grande, e facendo la volontaria in una scuola. Tutti vogliono risultati immediati e senza fatica. Confido un segreto: ce la fanno solo i geni, quelli che veramente hanno un cervello superiore. Gli altri devono farsene una ragione, rassegnarsi, ed impegnarsi. Anche se è noioso, difficile e non riesce subito. Farsene una ragione è un’arte sopraffina che dovrebbe essere bagaglio di tutte le persone normali, che prima di riuscire a suonare i preludi di Bach devono partire col solfeggio e “Fra Martino”, o, cambiando disciplina, prima dello studio di funzione devono conoscere le tabelline. Sembra ovvio.

Poi incontri gente che vorrebbe saper fare gli esercizi di chimica senza conoscere nulla della tavola periodica. E ci sono, lo so per esperienza diretta.

Scrivo un’altra ovvietà: farsene una ragione porta a grandi risultati. Porta a vette di soddisfazione personale che sono misconosciute ai veri mediocri (quelli delle scorciatoie che non fanno crescere): per esempio quella là, che suona con trasporto “Aria sulla quarta corda” sono io, ce l’ho fatta, ce l’ho fatta con la mia testa, in 2 anni, partendo da 0 alla bella età di 35 anni. Non so se rendo l’idea.

Comunque, tornando al resoconto delle mie disavventure, alla fine il super-Maestro si è dimenticato di ascoltarmi, ma pazienza, ho avuto un bel regalo dalla mia settimana in immersione: Chopin, notturno op.9 n.2. e molta meno difficoltà con i trentaduesimi.

Buona Pasqua a tutti.

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Strategie

17 Aprile 2011 3 commenti

Siamo a una pizzata con amici, coraggiosamente abbiamo portato anche nostra figlia di 3 anni. I partecipanti sono arrivati tutti, qualcuno ha avuto qualche imprevisto ed abbiamo avuto le solite defezioni dell’ultimo minuto ma, finalmente, ci siamo seduti e stiamo per ordinare. La cameriera prende le ordinazioni con un notes elettronico wireless, quasi tutti ce la caviamo col minimo sindacale di pizza-e-bibita. Una volta mandate le comande in cucina la signora carpisce l’attenzione generale con un raggelante: “Attenzione, per le pizze bisogna aspettare 40 minuti stasera.”.

Non riesco a fermarmi: il mio sguardo va terrorizzato verso la piccola, è già abbastanza tardi per lei, 40 minuti sono fuori discussione, e la donna delle comande lo sa. Tempo 3 secondi e, come se fosse già tutto stabilito, aggiunge: “Vi posso portare dei vassoi di affettati e di pesce come antipasto nell’attesa”. Accettiamo tutti, noi in particolare per via dell’incolpevole infante, ma, sempre noi in particolare, ci sentiamo un po’ ricattati. Joe, infatti, prova a introdurre l’argomento di un piccolo sconto per l’incomodo (l’intasamento delle cucine ci riguarda, sicuramente, ma non è certo colpa nostra), ma il suggerimento viene prudentemente lasciato cadere dal pesonale.

Con l’arrivo dell’antipasto il preventivo stimato iniziale di circa 15 euro ciascuno per la serata si alza a 22 euro sicuri, poi effettivamente sborsati. Mentre passo una fetta di salame alla bambina medito sospettosamente sul provvidenziale ritardo del forno, che ha permesso ai gestori di aumentare l’introito relativo al nostro tavolo del 45% circa. Penso, lo ammetto, in questo delle volte esagero, che sia tutta una strategia.

Quando le pizze arrivano dopo un regolare quarto d’ora dall’ordine, atterrando tra vassoi di antipasti non ancora definitivamente ripuliti, il mio sospetto si avvia a diventare una certezza, e non mi sto più autoaccusando di essere affetta da manie di persecuzione. Non sono la sola: a pizza terminata la tavolata rifiuta compatta il binomio caffè-ammazzacaffè e migra decisa verso la casa di due nostri amici, dove ci attende una sessione di karaoke e la tradizionale caffettiera di P.

L’unica arma di difesa è evitare il locale fino al prossimo cambio di gestione. Le discussioni durante le serate in cui si esce per divertirsi tra amici hanno il potere di rovinare l’atmosfera.

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Continuazione della fuga

13 Aprile 2011 2 commenti

…Sette chilometri di tornanti su una strada stretta sono decisamente un deterrente per qualcuno che voglia cenare fuori e poi tornare a casa la sera stessa. Infatti la sala del ristorante non ha ospiti. Siamo solo noi a spaziare con gli occhi sul lago, dove in lontananza si sono accese le luci dei paesi, a grappoli, replicate dall’acqua scura. Di sottofondo c’è musica tranquilla e noi riusciamo a parlarci guardandoci anche, dato che non dobbiamo  tener d’occhio la piccola, che litiga spesso e volentieri con quello che ha nel piatto. La cena è buonissima, e, fattore che aumenta il mio gradimento, non l’ho dovuta preparare io nel marasma che normalmente precede il momento in cui ci si siede a tavola in casa nostra.

Il rifigio si chiama rifugio ma la stanza che ci hanno preparato sembra quella di un albergo. Particolare che mi ha favorevolmente impressionato è l’ampiezza del bagno, pari a circa 6 di certi cubicoli che ho dovuto praticare viaggiando.

Per la mattina si era preventivato un giretto facile, dato che abbiamo portato le mountain bike decidiamo di usare quelle. Il sentiero è largo, comodo, facile….. solo che io sono allenata per camminare, per la bicletta decisamente no. Quindi arranco tra una meraviglia e l’altra, delle volte pateticamente spingendo il pezzo di ferro invece che pedalandoci sopra, alternando mugngni e esclamazioni di apprezzamento. La strada attraversa una faggeta impervia, è tagliata in diversi punti da piccoli corsi d’acqua, vivacizzati dalla primavera.

Insomma, un giro splendido, con panoramica sul lago,durante il quale, però, rischio, dato il mio carattere impulsivo, di abbandonare la mountain bike al suo destino per sopraggiunto limite di sopportazione circa 3 volte. La prima, appena dopo l’imbocco della scorciatoia, che è strettissima, in un punto in cui non riesco materialmente a condividere lo spazio occupabile con la bici: risolve il marito, che ha molta più familiarità col mezzo. La seconda volta su una salita erta e senza ombra, sulla quale mi libero della camiciona di pile allacciandola ai fianchi (un classico delle gite scolastiche).  La terza per caduta rovinosa fortunatamente dalla parte del sentiero con la parete di roccia e non dalla parte della scarpata. Lo confesso, mi sono buttata: l’ho fatto perché penso che anche i freni delle moutain bike abbiano i loro limiti  ed io non mi fido assolutamente. Quindi andata e ritorno spingendo la bici quasi tutto il tempo. Ho deciso che non farò mai più un sentiero o una strada forestale in mountain bike in vita mia. E punto. Gli scarponi non hanno freni, non li devi manovrare piegata a novanta su un manubrio, per dare sollievo ai muscoli devi solo rallentare e non scalare le marce litigando con due levette e tanto mi basta per eleggerli per sempre a mio mezzo di trasporto montano preferito.

Torno sconvolta, per fortuna la gestrice del rifugio, gentilissima, ci lascia la nostra stanza oltre il tempo massimo per fare una doccia.

Consumiamo un lauto pasto senza ombra di senso di colpa e poi ci rimettiamo in marcia, verso casa e verso il dovere.

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L’apparenza inganna

11 Aprile 2011 3 commenti

L’amica dei miei vicini, che ha buttato l’occhio nel mio giardino durante una visita, ha l’aria inquieta.

Sarà perché sto brandendo una roncola. Sarà perché, mentre meno fendenti al cespuglio che è morto questo inverno, sto ascoltando Bach (le variazioni Golberg) a tutto volume e direi che fa tanto Hannibal Lecter (Il silenzio degli innocenti) mentre dilania qualcuno.

Sta di fatto che i cespugli hanno sofferto la brutta stagione e sono 15 giorni che detengo un CD del mio maestro di piano senza trovare il momento adatto per l’ascolto.

In qualche modo bisognava fare.

Secondo me, poi, se arrivava al momento in cui, nel cd, Glenn Gould interpreta i brani di musica dodecafonica era peggio.

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Mail per L., già che c’ero un post

8 Aprile 2011 5 commenti

Cara L.,

come ti anticipavo settimana scorsa, a un anno esatto dal matrimonio, io e joe ci siamo inerpicati senza prole in montangna per festeggiare.

La piccola, è un ossimoro, lo so, è già abbastanza grande da sopportare una nottata a casa dei nonni, nella vecchia stanza di noi sorelle – il suo lettino è sotto alle mie mappe delle costellazioni zodiacali e del cielo. Il grande… ormai è grande quindi si occupa degli animali e dei suoi pasti senza pensarci troppo.

Volevo scriverti prima ma la routine mi ha completamente assorbita al momento del rientro. E’ stato un lungo percorso ad ostacoli che mi vede ora, al traguardo, con una penna in mano e il quaderno appoggiato alle ginocchia. Ci sono stati solfeggi mal riusciti, lezioni di piano, mattinate in biblioteca alla ricerca di un ISBN come Indiana Jones del Santo Graal, studio di brani, scale, esercizi (sul libro c’è scritto esercizi per piccoli virtuosi – vuoi dire che i veri pianisti li fanno all’asilo?), il giardino che va sistemato finché il tempo regge: c’è il sole e figliola mi gravita attorno mentre riordino la legna sottile in fascine, delle volte devo obbligarla a mollare la gallina perplessa che la peste sta maneggiando ma, pazienza, forse che non si dice “Tale madre, tale figlia?”

Il nostro anniversario in fuga ha avuto la partenza faticosa di tutti i nostri viaggi, un classico fatto di borse strapiene, oggetti agguantati all’ultimo minuto (questa volta le mountain bike, rispetto al pesseggino è un enorme passo avanti), quel filo di nervosetto di base condito con un pizzico di senso di colpa.

La prima bella immagine della vacanza è solo mia. Joe ha approfittato del nostro percorso per un ultimo lavoretto veloce vicino alla destinazione e mi ha lasciata libera nel frattempo di sgranchirmi le gambe. Io ho trovato un belvedere, una terrazza su Lago Maggiore su cui mi sono fermata per scrivere quello che sarà il post della biblioteca. L’avevo in mente da un po’ ma il rumore di fondo di casa non mi aiutava a schiarirmi le idee. Dicono che persino l’universo abbia un rumore di fondo: è un pensiero che consola. Qui si sente solo il vento tra i rami dei faggi. Sul lago passano i traghetti e 50 metri sotto di me stanno volteggiando due nibbi bruni.

Siedo su una roccia col quaderno sulle gambe e la penna fila veloce – sento i miei pensieri nel vento sopra al lago, insieme ai nibbi, e sono luminosi e fluidi.

Continua…

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