Archivio

Archivio Febbraio 2011

Ritratto di nipote

23 Febbraio 2011 2 commenti

Fare un ritratto è un lavoro, manco a dirlo, di precisione. E’ qualcosa che ti porta a esaminare e riprodurre finemente i lineamenti e l’espressione di un altro essere umano. Sono così belli i nostri tratti, così diversi l’uno dall’altro per tanti piccoli particolari che nell’insieme rendono ciascuno di noi unico.

RitrattoDario

Categorie:Argomenti vari Tag:

Lynx sputa il rospo

12 Febbraio 2011 6 commenti

Mi sento un po’ come alle medie, che mi è toccato il tema-concorso sulla Costituzione, ed io non sapevo bene da che parte cominciare. Ovviamente il concorso l’ha vinto qualcuno di più preparato – alle medie può ancora succedere.

Voglio parlare della manifestazione di domani e del perché tante donne hanno deciso di scendere nelle piazze. C’è una marea di cose da dire e la prima che viene, delle tante che mi stanno salendo magmaticamente e direttamente dai visceri, è: ma è possibile che sia necessario andare in piazza per dire che il “machismo” imperante è una jattura e un’ingiustizia?

Il primo contesto in cui il machismo fa catastrofi è l’ambiente lavorativo. Non farò l’analisi etologica del sistema, userò un paio di immagini.

Le tue colleghe più furbe o vittime della “sindrome della donna del capo” sono lì a fare compiacente serraglio per la maschile figura dirigenziale, ottenendo qualche ridicola briciola di potere, sempre ridistribuibile a seconda del capriccioso e momentaneo indice di gradimento del boss.

E tu, non più una ragazzina, non certo bella secondo il canone corrente, ti trovi a glissare sulle avances del capo, più vecchio o più giovane di te (raro ma non impossibile), a cui, per altro, non piaci nemmeno, però potrà mai lasciarsi sfuggire l’occasione di eventuale tacca sul fucile? Nel frattempo lavori quanto le altre (quando va bene) ma niente gratifiche, anzi, i cazziatoni fioccano ad ogni spillo fuori posto.

Non ci puoi credere, che le cose funzionino ancora in questo modo, nel nuovo millennio. Ma girando i posti di lavoro ci devi credere. Come ciliegina sulla torta ci metti che il tutto non sembra migliorare col passare degli anni, anzi! E’ sempre peggio. Perché adesso il modello – bordello è stato sdoganato nella società.

Forse domani molte donne e molti uomini vorranno dimostrare di avere qualcosa da eccepire in merito.

Non mi piace l’idea della censura. Penso non piaccia nemmeno alla maggior parte delle altre persone. Comincio, però, a credere che questa posizione sia stata usata per fare passare uno stereotipo che sta facendo male principalmente alle donne. Le sorelle. Le amiche. Le figlie. Le madri. Non solo le mie: quelle di tutti, quindi tutti dovrebbero preoccuparsene.

Il Modello Unico di Donna porta la 42, quale che sia la sua altezza; il concetto di indice di massa corporea sui media non è ancora passato, anzi, probabilmente a breve ne sarà proibito l’insegnamento, come con Darwin in molti degli Stati Uniti, e ci saranno delle sette segrete simil-massoniche che cercheranno di perpetuarne la conoscenza.

Il Modello Unico di Donna possiede almeno una quarta di seno, che non ha significato dal punto di vista funzionale, dato che anche i seni più piccoli allattano i neonati senza difficoltà alcuna. Su un corpo filiforme, poi, tale volume è una rarità (tipo il Gronchi rosa delle tette): ma, suvvia, non vogliamo aiutare un po’ l’industria dell’estetica?

Il Modello Unico di Donna non invecchia, ha zigomi granitici e labbra a canotto. Insomma, forse se si prendeva una bambola gonfiabile si faceva prima, ma si rischiava di colpire un po’ meno l’immaginario collettivo, sarebbe passata come il solito stereotipo ridanciano da film pruriginoso.

Il Modello Unico di Donna, sempre e per ogni occasione, veste stretto, scollatissimo e ridotto. Non ha obiezioni se la fotografano o la riprendono “a pezzi”, sbattendo quello più lubrico in prima pagina o in primo piano sullo schermo televisivo, tanto lei è sempre disponibile.

Ci vorrebbe un po’ di buon senso, mi ha detto qualcuno di anziano e savio -ulteriore rarità.

Bisognerebbe che ognuno di noi cercasse di non alimentare il proprio voyeurismo. Spiego: dato che i media sono convinti che sbandierando il Modello Unico di Donna aumentino gli ascolti e le vendite, e fino ad adesso hanno avuto tristemente ragione, bisogna trovare il modo di interrompere questo circolo vizioso.

Non compriamo un cellulare, un’auto, un bracciale, una bevanda, un profumo solo perché un po’ del sex appeal della stangona seminuda che che hanno usato per la pubblicità si è trasferito al prodotto. Soprattutto in questi tempi di vacche magre, tutto ciò che acquistiamo deve rispondere al altri criteri: praticità, utilità, reale godibilità. Non posso dire tante parolacce, hanno definito questo blog come “sicuro”, ma, accidenti, vaffambagno agli status symbol!

Cambiamo canale (c’è questa grande invenzione che permette l’operazione in un “amen”: il telecomando) se qualcosa in un programma che stiamo guardando non ci convince; se le movenze del corpo di ballo sono da postribolo, le inquadrature degne del nano Grufolo, ovvero ginecologiche, se gli abiti sono davvero troppo corti e scollati.

Un metodo per la discriminazione c’è: immaginiamo di essere per strada e di vedere qualcuna vestita come le donne ammiccanti sullo schermo: se concludiamo di avere sotto gli occhi una meretrice, è ora di sintonizzarsi sull’interessantissimo documentario circa la favolosa vita segreta dei platelminti qualche canale più in là.

Non compriamo giornali e periodici solo per la modella in prima pagina, a meno che non si tratti della copertina di una rivista di moda, tanto il contenuto non cambia.

Stiamo ovunque perdendo di vista i contenuti, l’essenziale, la sostanza!

L’audience notevole che hanno avuto programmi privi di sinuose presenze sculettanti, come, tanto per dirne uno, la lettura della Divina Commedia fatta da Benigni, rappresentano la speranza che prima o poi il circolo vizioso possa essere spazzato via.

Per domani spero che le donne si mostrino come molti ancora non vogliono vederle e molte, purtroppo, considerano da nascondere perché superate, poco furbe e inadeguate, seguendo un certo metro: femmine normali, giovani o anziane con le loro rughe, di taglie e forme variabili, con o senza cultura nelle materie più disparate, ciascuna con la propria vita, il proprio lavoro e soprattutto ciascuna con il proprio modo di essere.

Essere, non avere. E nemmeno mostrare. Ce lo dimentichiamo troppo spesso.

Categorie:Argomenti vari Tag:

Fa minore

6 Febbraio 2011 2 commenti

Le scale di fa minore mi stanno antipatiche. Punto e basta. Ne ho avute anche di peggiori e con più alterazioni in chiave ma queste due proprio non vanno giù. Le sto studiando da 2 settimane. Dovrei farle a manetta, a occhi chiusi e ripassando mentalmente la lista dello spesone di mercoledì. E invece niente. Il quarto dito della mano sinistra (anulare dei miei stivali) non ne vuol sapere di lavorare e si incarta sul sol.

Metti che sono già irritata. Invece il piano si studia in tranquillità. Forse la mattinata alla “Mecca” dell’outlet, nella vicina Svizzera, mi ha un po’ innervosito.

E’ lo stare in incognito, che richiede estrema freddezza. Là, sorridente e svettante su un tacco 10 (con saggio plateaux da 2 cm, chiaramente), con gonna lunga e grigia (fatta io ma mi è venuta particolarmente bene) sfilo con marito e figlia a seguito davanti alle vetrine dei grandi stilisti. A caccia di immateriali idee. Perché dai grandi stilisti, per lo più, anche con i saldi… però l’idea di questa manichina di pelo, da riprodurre con pelliccia ecologica, e non solo per questioni economiche, l’inverno prossimo…

Io non avrei il “braccino corto”, di base. E’ che so quanto può valere il materiale. E so anche quanto ci mette una “scarsa” come me a fare un capo. Il tutto viene nella mia testa raffrontato ai probabili prezzi all’ingrosso e ai tempi di sarti esperti coadiuvati dalle nuove tecnologie e dal non dover confezionare su misura. Succede, poi,  che lascio sulla gruggia una bella magliettina grigia (colore salva-guardaroba che puoi buttare sopra o infilare sotto praticamente a tutto) perché il calcolo della stoffa e della confezione per me, comprese le ore di lavoro, rimane sempre più basso del prezzo saldato. Mettiamoci anche che la magliettina la fanno in un paese in via di sviluppo, dove la manodopera costa di meno… voilà, ecco servita l’irritazione.

Però sorrido e curioso in giro. Sono in incognito. Qui sono tutte per lo più signore-bene, che su questi dettagli glissano.

Accolgo il momento di andare con profondo sollievo. Nel “carniere” abbiamo solamente dei giochi per bimbi (produzione svizzera) e tute per bambini, acquistate da un marchio indicato da “Altroconsumo” come abbastanza etico con la manovalanza.

Ma qualcosa rimane, come dice De Gregori, e infatti, nel quieto e tiepido pomeriggio al piano,  mi ingarbuglio su queste due maledette scale, esplodo in qualche imprecazione (figliola è dai nonni), rotolo sulla “Danza ungherese” come giù da una scarpata, “Aria sulla quarta corda” sembra un pezzo death metal, e il “lento” dell’Inverno di Vivaldi proprio lento non viene.